Il panorama varietale della viticoltura calabrese è vastissimo e non finisce di sorprendere. Se alcuni vitigni autoctoni come il Magliocco e il Mantonico sono ormai conosciuti al di fuori dei confini regionali, molti altri  sono ancora da scoprire e da valorizzare.  Personalmente non avevo mai sentito parlare del Vujno prima di conoscere Ottorino Bruno e la sua azienda di Mottafollone magnificamente disposta ai piedi del Pollino. E’ un’uva bianca dal grappolo medio grande con una fortissima concentrazione di aromi primari evidente sin dall’assaggio del chicco.

Il grappolo del Vujnu in maturazione

Il grappolo del Vujnu in maturazione

Probabilmente la carica aromatica deriva dai composti della famiglia dei “tioli”, presenti nelle uve di Sauvignon ma pure e in dosi elevate, nel pompelmo, nel ribes nero e nel frutto della passione. Sono composti che danno vita a odori molto diversi, dal fruttato di tipo agrumato al vegetale come quello del fiore di bosso o della ginestra. A me l’aroma del Vujno ha ricordato immediatamente il profumo di Alisso (Alyssum marittimum), diffusissimo e profumatissimo fiorellino del bacino del Mediterraneo.

Ii fiore dell'Allisso (Allyssum Maritimum), profumato di resina e miele.

Ii fiore dell’Allisso (Allyssum Maritimum), profumato di resina e miele.

Secondo Ottorino Bruno, che ne ha selezionato in prima persona le marze per gli innesti, il vitigno è originario della zona di Verbicaro e da lì si sarebbe diffuso da un lato, attraverso il valico della “Madonna del Pettoruto”, nell’area di Mottafollone e dell’Alta valle del Crati, dall’altra verso le aree costiere dell’Alto Tirreno (Cirella, Belvedere Marittimo, Diamante). Oggi sappiamo con certezza, grazie al lavoro di ricerca promosso dal Consorzio di Tutela della Dop “Terre di Cosenza”, che l’Alto Tirreno Cosentino è terra di antichissima e celebrata viticoltura in grado di produrre nel XVI e XVII secolo vini apprezzatissimi ben oltre i confini regionali . Come riporta Antonio Savaglio nel suo lavoro introduttivo alla viticoltura storica del cosentino, apprezzatissimo da papa Paolo III Farnese era il Clarellum, originario dell’area compresa tra Grisolia, Orsomarso e Scalea. A metà del XVI secolo, Sante Lancerio, bottigliere personale del Papa, così lo descriveva al pontefice:

“Viene da una terra denominata Chiarella, nella provincia di Calabria, distante dal mare tre miglia. Questo vino è molto buono et era stimato da Sua Santità et da tutti i prelati della corte. Ne vengono assai, i quali si vendono per chiarello ma, volendo conoscere se siano di Chiarella et la loro perfetta bontà, bisogna che sia di colore acceso più che l’oro, et odorifero assai, che non odorando sarebbe di Grisoglia od Orsomazzo, luoghi vicini, ancorché alla Ripa si vendono per Chiarelli. Di tale sorte vino tutto l’anno beveva Sua Santità et lo cominciava a bere dal principio di Marzo per tutto l’autunno. Et non ha bevanda pari, ma volendolo salvare alla stagione d’Autunno, bisogna si pigli alla barca nella primavera, e mettisi in luogo fresco et che non senta travaglio, et pigliarlo crudo odorifero et grande, che il caldo lo maturerà.” (in Antonello Savaglio, Un vino da signore – la viticoltura nelle “terre” di Cosenza tra Cinquecento e Settecento, pag. 9).

Naturalmente né io né altri potrà mai dire che il Clarellum di cui si parla in queste appassionate frasi di un sommellier ante litteram, possa essere il Vujnu (di cui l’Alysso rappresenta il primo esperimento di vinificazione espressamente destinata alla commercializzazione e alla vendita). Poca importa del resto. Se vi piacciono i vini espressivi di un territorio (non a chiacchiere), diversi e non omologati, di nicchia ma che davvero più di nicchia non si può, provatelo. Non resterete delusi.