I vitigni autoctoni della Calabria non finiscono di stupire. L’ultima  sorpresa (almeno per me) è il Vujnu, vitigno autoctono che più autoctono, originario e di nicchia davvero non si può. Lo si trova, con scarsa frequenza, su un’area  che da Verbicaro si estende alla valle dell’Esaro e di qui, attraverso la catena costiera, fino all’alto Tirreno (Belvedere, Diamante). Impressiona  il profumo di Alisso,  resina e miele con note agrumate, di quest’uva bianca dall’acidità viva e persistente in maturazione. Vinificata con tecniche rigorose, preservandone l’integrità e il patrimonio olfattivo, dà vita a vini di grande eleganza, con un profilo nordico, quasi da riesling renano che  possono stupire chi non conosce l’Alta Calabria Appenninica e la sua vocazione vitivinicola così lontana da quella delle zone meridionali e costiere.

Ii fiore dell'Allisso (Allyssum Maritimum), profumato di resina e miele.

Il fiore dell’Allisso (Allyssum Maritimum o Lobularia) profumato di resina e miele.

Il grappolo a maturità (seconda decade di settembre) ha dimensioni grandi o medio-grandi, di forma conica o ad imbuto, con numerose ali che possono essere compatte e ben aderenti al grappolo o un po’ più spargole e sviluppate in lunghezza. Mediamente compatto, ha peduncolo medio-corto, robusto, debolmente sfumato di rosa nella parte dorsale. L’acino è di medie dimensioni e sferoidale. La buccia è molto spessa, pruinosa, di colore dal giallo verdastro al giallo paglierino al giallo ambrato.

Ho scoperto il Vujnu a Mottafollone, nelle vigne dell’azienda Boccafolle di Balbia di Ottorino Bruno e Andrea Sirimarco e ne sono rimasto incantato. Ottorino, che ha da poco lasciato l’insegnamento di ingegneria all’Università di Pisa per raggiunti limiti di età, è impegnato a preservare la ricchezza varietale della viticoltura autoctona calabrese coltivando oltre al Vujunu, il Magliocco dolce e il Greco nero. La sua fatica e il suo impegno meritano di essere conosciuti e apprezzati al di fuori dell’ambito territoriale di appartenenza.