È opinione diffusa che non sia facile (per qualcuno è addirittura impossibile) fare grandi vini al sud per ragioni climatico ambientali sostanzialmente riconducibili a tre fattori: temperature eccessive, scarse escursioni termiche, eccessiva siccità. Ma è davvero così? Stando ai fatti direi proprio di no. Chi lo sostiene ha una scarsissima conoscenza della diversità climatico-ambientali del Mezzogiorno e ragiona sulla base di pregiudizi non verificati o , magari, d’interessi non dichiarati e non dichiarabili. La migliore viticoltura meridionale, con la sola eccezione della Puglia, si svolge  in piena dorsale appenninica in aree fresche con forti escursioni termiche giornaliere e stagionali. L’Irpinia e il beneventano in Campania; il Vulture in Basilicata; l’alto Ionio, il cosentino e il Savuto in Calabria; l’Etna in Sicilia. Sono tutte aree di grande vocazione vitivinicola, con potenzialità importanti  che nulla hanno da invidiare alle denominazioni territoriali più blasonate. E se qualcuno dovesse avere dei dubbi ricordo che i vitigni autoctoni più interessanti come l’Aglianico in Irpinia e Basilicata o il Magliocco nell’Alta Calabria sono uve tardive che raggiungono la maturità fenolica in autunno e si esprimono al meglio nelle vinificazioni novembrine con temperature che di notte raggiungono o sfiorano lo zero.

Se l’argomento vi interessa e volete approfondire leggete i due articoli  che Maurizio Gily ha scritto su Slow Wine; sono davvero ben fatti.

http://www.slowfood.it/slowine/

http://www.slowfood.it/slowine

 

Eugenio Muzzillo