Non c’è dubbio che la parola più ricorrente negli  ultimi anni tra gli appassionati di vino  sia “autoctono”. La più ricorrente ma non l’unica. Altre parole l’accompagnano nella sua irresistibile ascesa  e contribuiscono a disegnare la mappa dei nuovi valori enologici. Proviamo a farne un elenco per quanto confuso e incompleto: territorio, tipicità, identità, mineralità, eleganza, acidità, sapidità, biodiversità… Sono questi i nuovi attributi che si richiedono al vino, almeno nel pubblico più “colto e avvertito”degli appassionati, e che hanno determinato l’eclissi  del sistema “parkeriano” di valutazione che al vino chiede(va)  morbidezza, concentrazione, grasso, colore e richiamo al frutto. In pochi anni il sistema di riferimento a livello internazionale si è spostato da Bordeaux  alla Borgogna e il sottile pinot nero ha spodestato il ricco cabernet sauvignon nella classifica internazionale di apprezzamento dei vitigni. Il declin0 del “legno” e della sempre più esecrata barrique sembrano poi inarrestabili mentre l’agronomo ha definitivamente superato l’enologo nella gerarchia delle professioni coinvolte nella produzione del vino.

Ma torniamo alla parola chiave di questa rivoluzione copernicana enologica e cerchiamo di capire che cosa il termine autoctono davvero significhi. In botanica con flora originale o autoctona si intendono tutte le specie oriunde di un territorio, quelle cioè che vi si sono insediate spontaneamente, magari decine di milioni di anni fa, o che vi sono comparse a causa dei  processi evolutivi con cui si formano nuove specie (speciazione). In ogni territorio geografico la flora autoctona può essere dunque formata da due elementi di diversa origine: le specie sopraggiunte spontaneamente da altri territori e quelle  formatesi in situ (e che meglio sarebbe perciò definire native). Quelle di quest’ultimo  gruppo, quando esistono, sono certamente le più qualificanti perché fanno del territorio un vero e  proprio centro di origine. In Italia, per esempio, piante come l’alloro e il leccio sono autoctone ma non native.

Il primo dato quindi è che autoctono non significa nativo.

Ma se è difficile stabilire l’autoctonicità di una specie botanica ancora più difficile è stabilire quella di una varietà all’interno di una specie stessa. Nell’ambito dell vitis vinefera  se  pensiamo al Syrah o al Cabernet Sauvignon tradizionalmente usati in alcune aree geografiche della Francia ( la valle del Rodano, il primo, il bordolese il secondo) siamo portati a considerarli vitigni autoctoni di quei territori. Sappiano invece che non è così e che queste varietà sono originarie di tutt’altre zone e sono giunte in Francia in epoche relativamente recenti e per meccanismi “artificiali” di importazione. E questo vale anche per i cosiddetti vitigni autoctoni della  viticoltura italiana che quasi tutti (e in particolare quelli del Mezzogiorno) provengono dalla Grecia ma la cui area di origine di “speciazione” è difficilissima se non impossibile da individuare.  E ciò vale anche per i vitigni autoctoni della Calabria come il Magliocco che più di tutti ha segnato la rinascita del vino calabrese. E’ corretto dire che si tratta di un vitigno autoctono o non sarebbe meglio usare l’aggettivo storico per qualificarne l’appartenenza   a una determinata area geografica (prevalentemente quella dell’Alta Calabria)?

La mia impressione  è che nella ricerca ossessiva del carattere autoctono dei vitigni e  dei vini  si nasconda un’aspirazione  alla purezza originaria, a una  ‘stirpe’ viticola incontaminata, dimenticando che la coltivazione è  per definizione un opera di trasformazione del dato naturale,  un prodotto “artificiale” e che la vite è una pianta che nel corso dei secoli ha molto viaggiato e s’è molto ibridata. Personalmente trovo che  l’adozione del termine  vitigno storico  è non solo più scientificamente corretta ma anche meno legata all’idea di un “purezza originaria” che da  sola e quasi per intero varrebbe a qualificare la qualità dell’uva e del vino.