Nel panorama vitivinicolo nazionale la Calabria è associata al nome di Cirò che è senza dubbio l’area di produzione più conosciuta della Regione. Eppure in Calabria la coltivazione della vite è antichissima e diffusa su quasi tutto il territorio che peraltro è molto vasto e diversificato da un punto di vista pedoclimatico. Tradizionalmente, prima dell’unità d’Italia, la regione era divisa in due aree, la Calabria citerior a nord e la Calabria ulterior a sud
La linea di confine scorreva longitudinalmente, dal Tirreno allo Ionio, lungo il fiume Neto. Ancora oggi la bellissima strada che da Salerno porta lungo la dorsale appennica a Catanzaro Lido si chiama ss19 delle Calabrie a sottolineare la pluralità e la diversità della regione.
È vero che Cirò rientrava come area di confine nel territorio della Calabria Citerior ma altrettanto vero è che la sua viticoltura, dominata dalla presenza del mare, si sviluppa su un territorio molto diverso dal punto di vista climatico e ambientale rispetto a quello dell’area settentrionale. Se il cirotano è una delle zone più calde d’Italia con inverni miti e secchi, l’Alta Calabria è caratterizzata dalla presenza di aree collinari e montuose disposte lungo le due catene appenniniche che attraversano la regione, quella centrale e quella costiera. Qui la viticoltura è prevalentemente di alta quota disposta spesso su declivi impervi e di difficile coltivazione. Anche il clima è decisamente più fresco con escursioni stagionali che si fanno tanto più forti quanto più ci si allontana dal mare e ci si approssima alle aree interne, ricchissime di boschi, di acqua e costellate di paesi che conservano una disposizione urbana tipicamente appenninica.

Anche i vitigni sono diversi. Se a Cirò domina il Gaglioppo, l’alta Calabria è la terra del Magliocco Dolce, vitigno a bacca nera dai riflessi blu violacei che regala vini più sottili nel corpo e di grande longevità. Qui il vino ha il sapore austero ed elegante delle produzioni di alta quota.
Quando nel 2011 si è voluto unificare, fondamentalmente per esigenze commerciali e di semplificazione, sotto un nome onnicomprensivo le piccole doc storiche distribuite sul territorio citeriore si è optato per la definizione “Terre di Cosenza” che è indubbiamente il centro più grande e riconosciuto dell’area nonché il capoluogo di provincia, carico di storia e dotato di un patrimonio artistico importante.

Per quanto il nome della DOC sia ormai discretamente affermato, perlomeno all’interno dei confini regionali, quando si tratta di definire l’area di appartenenza dei vini prodotti in zona non pochi gli preferiscono l’espressione Alta Calabria. Le ragioni sono diverse. La prima, fondamentale, è che essendo il territorio molto vasto diversi produttori delle aree più settentrionali, dal Pollino a Verbicaro, sentono poco l’identificazione del proprio territorio con Cosenza che ha sì funzione di capoluogo amministrativo ma esprime nelle aree più dislocate un valore di appartenenza piuttosto debole. Lo stesso dicasi per i produttori della valle dell’Esaro e delle zone limitrofe che rivendicano l’influenza sibarita e della Magna Grecia. Funziona insomma qui la a differenza che corre tra il concetto di stato e quello di nazione dove il primo definisce un’appartenenza amministrativa e il secondo un’appartenenza storica, linguistica e culturale. Se però debole è il sentimento di appartenenza con la città di Cosenza di molti produttori esterni al cosentino stricto sensu, molto forte è per tutti il legame identitario con la Calabria, come terra madre. A riprova di ciò l’alto numero di bottiglie prodotte integralmente nel territorio ma commercializzate paradossalmente con denominazione IGP, come se l’espressione “terre di Cosenza” non riuscisse a trasmettere il valore aggiunto che le denominazioni di origine ristretta dovrebbero invece dare. Anche sui mercati nazionali e internazionali il temine Calabria sembra funzionare meglio di Cosenza. È più noto, più riconoscibile e probabilmente anche più evocativo.
Un ragionamento analogo devono aver fatto i produttori di Nebbiolo delle aree settentrionali del Piemonte, non rientranti cioè nell’Albese e nelle Langhe, che dando vita al Consorzio di tutela Alto Piemonte hanno realizzato una delle realtà più interessanti del panorama vitivinicolo italiano.
Sarebbe difficile oggi, a giochi fatti ormai da anni, cambiare il nome della DOC. Resta il rammarico per una possibilità a suo tempo non valutata adeguatamente ma anche l’opportunità di parlare, tutte le volte che c’è ne sarà l’occasione, dei vini dell’Alta Calabria Appenninica prodotti nelle Terre di Cosenza.

