Quando si parla di Alta Calabria e delle Terre di Cosenza il pensiero va subito al Magliocco Dolce che è sicuramente il vitigno bacca nera più rappresentativo e diffuso di quest’area. Ne esistono però molti altri, meno diffusi, meno caratterizzanti e, a parere di chi scrive, meno importanti. Di recente è stato iscritto sul registro vitivinicolo nazionale il Brettio Nero che è un vitigno molto presente nel cosentino e in particolare nell’area di Donnici, la zona collinare a sud della città.

È un vitigno che presenta qualche affinità con il Magliocco ma soprattutto molte differenze e non si capisce come mai qualcuno continui a confonderli. Le affinità riguardano essenzialmente l’area di diffusione, la ricchezza polifenolica e la vigoria (più pronunciata nel Mantonico). Per il resto il vitigno è completamente diverso: per morfologia, per caratteristiche sensoriali e per vocazione alla vinificazione. Il nome Brettio Nero è recente ed è stato coniato per consentire l’iscrizione nel registro vitivinicolo che non sarebbe potuta avvenire se il vitigno avesse conservato il nome con cui da sempre viene indicato nell’area di Donnici, Mantonico Nero. L’omonimia col più famoso vitigno a bacca bianca ne ha purtroppo reso impossibile l’iscrizione col nome storico. Vale però la pena partire da qui perché in effetti i due Mantonico, fatta eccezione per il colore delle bacche, presentano parecchie affinità. In entrambi la foglia è pentalobata con seni poco profondi e superficie liscia, non bollosa. La tonalità cromatica del verde è piuttosto chiara con lembo di colore verde scuro,i pedicelli presentano una venatura rosata caratteristica dei vitigni a bacca bianca.

I grappoli sono medio grandi; gli acini hanno forma ellissoidale con buccia dura, molto pruinosa e ricca di tannini. Il germogliamento e la maturità sono decisamente tardivi in entrambi i casi.
Le affinità sono quindi evidenti e chissà che non siano varianti di una stessa famiglia. Il colore delle bacche li destina ovviamente a vinificazioni diverse e se per quanto riguarda Il Mantonico Bianco la fermentazione senza bucce rende la carica tannica dell’uva inoffensiva e poco rilevante, per quanto riguarda il Mantonico Nero la macerazione, anche breve, rischia di compromettere la qualità del vino. I tannini di quest’ultimo sono resi sgraziati dalla forte astringenza, dalla reattività e dall’amaro che rilasciano a contatto con le mucose della bocca. Questo è probabilmente il motivo per cui nella zona di Donnici, dove il vitigno è presente in maniera diffusa nei vigneti storici (almeno il 20% delle piante), il vino è sempre stato fatto con macerazioni brevi ed estrazioni molto contenute. Il vino deve essere rubino- è una tipica frase di chi, nella zona, fa il vino in casa e indica una chiara preferenza per i vini lasciati a contatto con le bucce per una notte o al massimo per un paio di giorni. È anche vero che l’astringenza e l’amarezza sono legate allo stato di maturazione fenolica delle bucce e tendono a ridursi via via che le bucce diventano meno turgide e toniche. Più queste diventano molli, più la parete cellulare si degrada, più astringenza e amarezza si affievoliscono. Il problema è che essendo l’uva molto tardiva non sempre è possibile, per motivi metereologici e sanitari, mantenere i grappoli sulla pianta fino a maturazione fenolica completa.
Sulla base di queste considerazioni è chiaro che il Mantonico Nero ha vocazioni alla vinificazione diverse da quelle del Magliocco, la cui trama tannica è più sottile ed elegante. Inadatto a produrre vini da invecchiamento, con macerazioni prolungate, il Mantonico Nero si presta alla vinificazione in rosato o addirittura in bianco e comunque a processi di trasformazione dove l’apporto delle bucce è trascurabile. Volendone dare un giudizio sintetico e forse un po’ sbrigativo direi che si tratta di un vitigno interessante, inadatto alla vinificazione in rosso ma con una vocazione per la produzione produzione di vini rosati o chiaretti (purché le macerazioni siano davvero molto brevi).


