Microfono alla mano, toni trionfalistici, dati selezionati con cura: il +15% sull’export, i record di presenze, i like al post dello stand. L’assessore non è più solo un amministratore, è un performer. Lo speech è il suo agone. Non uno in particolare — l’assessore in generale, figura ricorrente e riconoscibile della politica locale italiana. Perché è così? Per scelta personale certo ma anche perché non può essere altrimenti. C’è una condizione che rende l‘Evento necessario e che lo trasforma in un obbligo politico. Non è la malafede, non è l’incompetenza, non è nemmeno la vanità — anche se quella, in generale, non difetta. È la forma che la democrazia ha preso negli ultimi trent’anni, soprattutto a livello locale, dove gli effetti sono più visibili e meno discussi.
Per anni la critica alle democrazie indirette è sembrata irresistibile. Discorsi sentiti e risenti: la distanza, l’autoreferenzialità, l’inciucio. Tutti modi per rappresentare un deficit di rappresentanza, di presa diretta o di eccesso di delega. Ma eliminare la mediazione non ha restituito il potere ai cittadini: ha dato il potere alla visibilità. Il politico eletto direttamente non risponde a una struttura, a una tradizione, a un programma negoziato — risponde all’impressione che produce. E l’impressione, per definizione fugace, si misura in consenso immediato, non in risultati a lungo termine.
La democrazia indiretta che ha costruito il dopoguerra italiano era fondata su una mediazione che era forse opaca ma funzionale. Opaca perché le decisioni si prendevano lontano dagli occhi del pubblico; funzionale perché traduceva interessi divergenti in sintesi praticabili, distribuiva il potere su orizzonti temporali più lunghi della singola legislatura, costruiva classi dirigenti attraverso percorsi di formazione interni. Era, nella sua forma migliore, una sintesi tra il principio democratico della rappresentanza e il principio oligarchico della competenza. Il parlamentare di lungo corso, il funzionario di partito, il tecnico cooptato dalla politica — figure imperfette, ma formate. Sapevano cos’era una filiera, un bilancio, una trattativa. La loro legittimità non veniva solo dal voto: veniva dall’appartenenza a un sistema che selezionava, anche male, anche con distorsioni, ma selezionava.
La democrazia diretta, nata in Italia sul terreno delle elezioni locali, ha eliminato quel filtro. Ha sostituito la competenza con la visibilità, la formazione con la comunicazione, la trattativa a volte estenuante con il consenso immediato. “Gli italiani hanno il diritto di sapere la sera stessa delle elezioni chi li governerà” — è la frase simbolo di questo movimento. La si sente ancora spessissimo. Prima invece potevano passare mesi senza che lo sapessero. Nel dettaglio, perché nella sostanza invece lo sapevano benissimo: avrebbero governato gli stessi in composizioni variabili, con lievi spostamenti e sostituzioni. Tutt’altro dall’ingovernabilità che si andava denunciando come vizio capitale. Il difetto delle democrazie indirette — l’autoreferenzialità, la lontananza, la tendenza alla chiusura corporativa — era reale. Ma era la degenerazione di una forma, non la forma stessa. La terapia che le ha travolte ha distrutto la funzione senza eliminare il difetto.
Non è un caso che le carriere politiche abbiano finito col confondersi con le carriere artistiche. Chi ricorda Noemi — la ragazza che rispose con naturalezza disarmante che non sapeva ancora se da grande avrebbe fatto spettacolo o politica, e che dipendeva da Papi — coglieva un’equivalenza che il sistema stava già producendo in modo sistematico. L’esempio è datato, ma il fenomeno no. E se a livello nazionale la lista di chi ha vagato tra palco e seggio è diventata troppo lunga per essere considerata anomalia, a livello locale il processo è ancora più accelerato. Il consigliere regionale che gestisce il proprio profilo Instagram come un influencer, il sindaco che presenta l’evento estivo con il microfono in mano come un presentatore televisivo. E poi c’è l’assessore: agenda fitta di eventi, presenza assidua sui social, comunicati stampa a raffica. Ogni manifestazione è un’occasione, ogni stand una vetrina, ogni inaugurazione una dichiarazione di esistenza. Il dirigente di struttura tecnica trasformato in presenza fissa della festa, con il testo ripetuto sempre uguale e la postura che tradisce l’ambizione. Non sono eccezioni. Sono la forma normale della politica locale — e della sua amministrazione — in un sistema che misura il consenso in visibilità immediata. A quel livello la distanza tra amministrare e esibirsi si è già annullata. Resta la scena, resta il pubblico, resta il microfono. Il resto può aspettare.
Ma non è un sistema isolato. Coinvolge la società civile, il mondo dell’associazionismo, il dirigente del no profit sempre più a metà via tra il cacciatore di risorse e il moltiplicatore di incentivi. Anche lui dipende dall’Evento, ha bisogno del finanziamento pubblico per esistere. E anche lui, come l’assessore, è razionale rispetto agli incentivi che il sistema gli offre. La differenza è che opera sotto uno scudo più spesso. Anche l’assessore invoca il bene comune, l’interesse del territorio, lo sviluppo della comunità. Ma il no profit quella missione la porta nel nome, nello statuto, nella ragione sociale. È più difficile da attaccare perché è più difficile da separare dalla sua narrazione. Il meccanismo è lo stesso — più opaco.
L’acquisto del format è un’economia già rodata altrove. La televisione lo ha capito prima della politica: comprare una licenza estera costa meno che inventare, i tempi di produzione si accorciano, il pubblico riconosce la struttura e si fida. Grande Fratello, X Factor, The Voice — il format viaggia, si localizza con aggiustamenti minimi, produce audience. La politica spettacolarizzata replica lo stesso meccanismo. Vinitaly, Terra Madre, Merano Wine Festival: marchi già costruiti, pubblici già formati, autorevolezza già acquisita. Si compra la licenza, si riproduce la struttura, si ottiene il ritorno d’immagine nel tempo minimo. Non c’è bisogno di inventare nulla — e inventare sarebbe anzi uno svantaggio, perché l’originale è già riconoscibile e l’originale è altrove.
Il meccanismo ha però una proprietà che lo rende strutturalmente instabile: ha bisogno di alimentazione continua. Un evento produce visibilità per un ciclo breve — il prima, il durante, il dopo sui social. Poi si esaurisce. Ne serve subito un altro. L’assessore passa da una vetrina all’altra non per scelta ma per necessità: fermarsi equivale a sparire. È l’affanno come condizione permanente, non come eccesso individuale. Non dipende dalle persone — alcune stanno meglio nel ruolo, altre peggio, ma starci è comunque necessario. Pena l’irrilevanza. E l’irrilevanza, in una democrazia diretta fondata sulla visibilità, è la morte politica.
Per questo l’assessore regionale all’agricoltura ha bisogno di eventi. Non è una scelta — è una costrizione strutturale. In un sistema fondato sulla visibilità diretta, chi amministra un settore tecnico come l’agricoltura si trova in una posizione paradossale: il suo lavoro reale — politiche di filiera, ricerca varietale, assistenza tecnica, accesso ai mercati — è invisibile per definizione. Produce risultati lenti, misurabili in anni, difficilmente traducibili in comunicato stampa. L’evento invece è immediato, fotografabile, condivisibile. Riempie lo stand, riempie il palco, riempie il feed. L’assessore è al tempo stesso artefice e vittima del sistema, non può che cavalcarlo.
E alla fine della fiera tutto verte intorno alle eccellenze, le nostre eccellenze: il vino, l’olio. Che però così raccontate sono eccellenze ovunque e lo sono da prima e possono solo essere inseguite.
Non resta allora che la “nostra straordinaria biodiversità”. Evocata nei comunicati, la parola feticcio, è quasi sempre un legume, magari un fagiolo, probabilmente il Poverello.
Eppure la biodiversità potrebbe essere altro: un cavallo di Troia per trasformare il modello di sviluppo. Richiede filiere, mercati, formazione, ricerca. Richiede tempo. Richiede invisibilità. Richiede esattamente ciò che una politica fondata sulla visibilità immediata non sa produrre — o forse non vuole produrre, perché il fagiolo poverello è più facile da raccontare. Il modello di sviluppo è difficile da cambiare e, soprattutto, non produce una foto.
Il fagiolo è più facile da raccontare — e l’assessore lo sa. Ma non è necessariamente in malafede. La distinzione tra costrizione e scelta, a questo punto, perde di significato pratico. L’assessore sceglie — nessuno lo obbliga con un atto formale a comprare la licenza di Vinitaly invece di finanziare un programma di ricerca varietale. Ma sceglie dentro un meccanismo che ha già deciso per lui quali scelte sono convenienti e quali sono suicide. La convenienza individuale e la costrizione sistemica producono lo stesso risultato. È questa convergenza — non la malafede, non l’incompetenza — il meccanismo più difficile da rompere. Il sistema lo trasforma — gradualmente, inesorabilmente — in presentatore. Il copione è sempre lo stesso perché il pubblico è sempre lo stesso e la scadenza è sempre la stessa. Fare cose lente e invisibili in una democrazia diretta fondata sulla visibilità immediata è politicamente suicida. Fare eventi è sopravvivere.
La via d’uscita esiste, ma è stretta e controcorrente. Nessuno la percorrerà. Richiede che il personale politico si rifiuti — consapevolmente, deliberatamente — alla coazione dell’apparire. Che rinunci a una vetrina per finanziare qualcosa di invisibile. Che accetti di non avere una foto, un comunicato, un post per giustificare una spesa. Che lavori su orizzonti temporali che superano il ciclo elettorale. Nessuno di questi comportamenti è premiato dal sistema — anzi, tutti sono puniti con l’irrilevanza. Per questo la via d’uscita non è tecnica: è politica nel senso più profondo del termine. Richiede una classe dirigente disposta a perdere visibilità nell’immediato per produrre risultati nel tempo. Una classe dirigente che sappia distinguere tra il consenso che si costruisce e il consenso che si compra. Che consideri l’invisibilità del lavoro ben fatto non come un difetto da correggere con un evento, ma come la prova che qualcosa di reale sta accadendo. È una condizione rara. Ma non è impossibile — e nominare con precisione il meccanismo che la impedisce è già, in qualche misura, lavorare per crearla.
Ci vorrebbe una politica lenta. Tutto invece pretende di essere smart anche là dove la lentezza è stata issata ad insegna.

