Montano le polemiche sul Concours Mondial de Bruxelles, finanziato anche dalla Regione Calabria e svoltosi nel cosentino invece che nel cirotano che del vino calabrese è patria storica e luogo di elezione. Stando ai numeri – metri quadri vitati, numero e dimensioni delle aziende, fatturato, addetti – nessuno può negare ai produttori del medio ionio il primato che orgogliosamente rivendicano. Del resto agli occhi non solo degli appassionati in Italia e all’estero, il vino calabrese è sostanzialmente il vino di Cirò.

Fanno bene quindi i cirotani a rivendicare il primato e a denunciare l’atto di lesa maestà? In qualche modo sì, fanno bene; a patto che insieme alla rivendicazione di primato sappiano assumersi anche la responsabilità della fama e delle reputazione che il vino calabrese ha avuto e continua in parte ad avere nel panorama nazionale e internazionale e dei conseguenti esigui spazi di mercato che gli sono concessi.
Ognuno di noi sa bene, per esperienza diretta, che in qualunque enoteca di una qualsiasi città italiana è lo scaffale della Calabria quello più sfornito e che nell’opinione media dei consumatori il vino calabrese non è generalmente sinonimo di qualità (anche se le cose stanno lentamente migliorando grazie anche ad alcuni produttori di Cirò). Chi rivendica primati non può ignorare questo dato e per lo meno porsi delle domande in merito al ruolo storico così puntigliosamente rivendicato.
Da questa prospettiva la scelta degli organizzatori di dare visibilità a territori meno conosciuti ma antichi e vocati, capaci di ampliare e differenziare il panorama e l’offerta dei vini calabresi non può che essere applaudita. Tutto questo nulla toglie ai produttori di Cirò ma molto dà al vino calabrese che nel suo complesso ha un grande bisogno di comunicare le sue molte identità alcune delle quali, come quelle appenniniche di alta quota, assolutamente inconsuete e sorprendenti. Qui, nell’Alta Calabria appenninica, la viticoltura è spesso disposta su declivi impervi e di difficile coltivazione. Il clima è decisamente fresco con escursioni stagionali che si fanno tanto più forti quanto più ci si allontana dal mare e ci si approssima alle aree interne, ricchissime di boschi, di acqua e costellate di paesi che conservano una disposizione urbana e un’atmosfera tipicamente appenniniche. Qui il vino ha il sapore a volte aspro spesso austero ed elegante delle produzioni di alta quota. Portare tanti appassionati e operatori internazionali del vino in questi luoghi ha l’indubbio merito di restituire un’immagine più reale della viticoltura regionale e della sua “ecologia” complessa e diversificata.

Appaiono perciò nel complesso immotivate e fuori luogo le polemiche di questi ultimi giorni. Il vino calabrese ha bisogno di nuovi sguardi e di nuovi racconti e non può impantanarsi in polemiche provinciali e in anguste rivendicazioni di campanile. Abbiamo tutti dal nord al sud della regione necessità di parlare di vino, di gusto e di ambiente in modo nuovo se vogliamo essere competitivi con territori emergenti che fanno della diversità e dell’irriducibilità a modelli precostituiti il loro punto di forza e di attrazione. Se poi nel racconto del vino calabrese sapremo andare al di là dei concorsi, dei punteggi e delle classifiche personalmente ne sarò felicissimo e guarderò al futuro del movimento enologico della nostra regione con maggiore ottimismo.
Viva la Calabria e la sua biodiversità territoriale che dobbiamo tutti imparare a raccontare.

