Il Magliocco , soprattutto quello coltivato in quota lungo le dorsali appenniniche dell’Alta Calabria può avere le caratteristiche del grande vino da invecchiamento con profili sensoriali sofisticati che non privilegiano, com’è d’uso tra i vini meridionali, il frutto maturo ma piuttosto, le note balsamiche, gli incensi e i sentori erbacei della macchia mediterranea, con tannini vivi e vibranti che col tempo attenuano gli spigoli fino a diventare scorrevoli senza mai perdere turgore e vivacità. A costo di sembrare presuntuoso dico che il Magliocco, specie quello di Donnnici in cui al Magliocco sono associate le note selvatiche del Brettio (il localmente detto Mantonico nero), rimanda ai tagli bordolesi di una volta, quelli che si producevano prima che l’internazionalizzazione imponesse anche a molti vini di Bordeaux l’imperativo sensoriale della prugna matura e del grasso.

Si parla oggi tanto di vini di territorio al punto che il concetto si è banalizzato fino a diventare un’espressione gergale priva di riferimenti specifici e buona per qualificare qualsiasi espressione enologica. Nel caso del Magliocco però una corrispondenza territoriale mi pare essere evidente e per definirla uso l’aggettivo “appenninico”. I vini di Magliocco, quelli che perlomeno sfuggono alla merlotizzazione commerciale appiattita sul grasso e sull’opulenza, rivelano appunto il carattere appenninico dell’Alta Calabria, la sua penombra, i freddi persistenti, le alte quote e i declivi impervi.
Qui i vini sono spesso “inattuali“, sorprendenti e rivelano l’esistenza di un’altra Calabria diversa da quella calda e assolata che popola l’immaginario di così tante persone. Qui non è la Locride, non è lo sguardo luminoso volto oriente verso lo ionio e la madrepatria greca, qui è l’Appennino ombroso e boschivo dagli inverni lunghi e melanconici. Qui è l’instabile e geo perigliosa dorsale dell’Appennino meridionale a determinare il carattere dei luoghi e delle persone che conservano il carattere dei Bruzi e degli Enotri che queste terre abitavano in tempi remotissimi coltivando la vite.

Questi caratteri mi sembrano bene espressi da Roberto Giuliani che su Lavinium ha dedicato un articolo, per alcuni aspetti per me anche imbararazzante considerato il tono elogiativo, all’ assaggio del Magliocco Estremo 2019, prodotto da uve Magliocco in purezza coltivate a 500 metri di altezza a Donnici sulle colline a sud di Cosenza in piena dorsale appenninica.
Scrive Giuliani: “… in questo caso la forza e l’opulenza sono magnificamente stemperate a vantaggio di una freschezza che spalanca le porte permettendo al Magliocco di volare alto, indisturbato, coinvolgendo i nostri sensi, già al primo approccio, dove svela una fruttositàfresca, croccante, viva avvolta in un abbraccio mediterraneo, dove sfilano le erbe aromatiche e le piante del sottobosco in un’atmosfera piena di energia.
Stupisce al palato, dove prende le distanze da versioni precedenti dello stesso vitigno, rivelando una fluidità e una scioltezza nel percorso gustativo assai stimolante, trasuda energia ma la dosa alla perfezione non aggredisce; neanche il tannino, che pure è lì ad affermare la sua presenza con decisione, riesce a turbare un sorso che non sembra mancare nulla, se non dichiarare una sola, lapidaria verità: la mia strada è solo all’inizio, se avrete pazienza sentirete e assaporerete cose che voi umani…”
Credo che qualunque produttore desideri che un proprio vino venga descritto con queste belle e ben scritte parole. Io non posso fare altro che ringraziarlo cogliendo l’occasione per sottolineare come al rilancio dell’Alta Calabria enologica serva oggi soprattutto l’apporto di chi questa terra bellissima e trascuratissima sappia raccontarla, stimolando la curiosità e l’interesse degli appassionati di vino.
Per leggere l’articolo completo di Roberto Giuliani pubblicato su Lavinium il 24 gennaio 2024 clicca sul link (Terre di Cosenza Donnici Rosso Magliocco Estremo 2019). Buona lettura.
Viva il Magliocco e l’Alta Calabria.

