L’Alta Calabria, la più arcaica e pre moderna tra le regioni italiane, vive in un cono d’ombra che l’avvolge e la nasconde. Intendo quella parte della regione che dalla valle del fiume Neto si dispone verso nord lungo l’asse appenninico, ricoperta di boschi e di strade che si arrampicano in tornanti verso paesi ricchi di storia ma sempre più poveri di persone e attività. Qui sopravvive, almeno in parte, un’Italia arcaica in ritardo di sviluppo che per me si trova a metà via tra il Kosovo balcanico e l’Armenia e rappresenta uno spazio di memoria mediterranea da scoprire, per chi non la conosce, e tutelare.
Qui la vite e l’olivo costruiscono il paesaggio non solo esteriore della regione e affondano le radici nella terra e nella memoria delle comunità.
Prima che anche in queste zone fiorisse il movimento enologico moderno con il suo portato di cantine, turismo e associazioni di degustatori, il vino (rigorosamente da uve Magliocco) si produceva per il solo fatto di essere bevuto in famiglia e nelle occasioni conviviali senza che fosse un simbolo di status economico, sociale e culturale o qualcosa che per essere apprezzato necessitasse di una expertise preventiva.
La frase “non sono un intenditore “ con cui molti giustificano la propria incapacità di sentire rimandi a note fruttate o floreali da queste parti non era naturalmente contemplata. Tutti erano intenditori e nessuno lo era, perché il vino non era un argomento tecnico e non richiedeva un lessico espressivo o un’istruzione specialistica.
Oggi a New York, Londra o Milano (e da qui per mimesi ormai quasi ovunque) il vino si compra sulla base di analisi e di valutazioni di esperti più o meno accreditati, in modo analogo a come si acquista l’arte contemporanea o un oggetto di valore antiquario. Nell’essere diventato quasi esclusivamente un fattore socialmente distintivo il vino però ha perso e continua sempre più a perdere parti importanti della sua identità storica. Il legame con la terra e con le pratiche agricole si è attenuato fin quasi a scomparire nella confezione brandizzata da esposizione in enoteca o in salotto; la funzione sociale si è trasformata da inclusiva in esclusiva e il rito conviviale ha lasciato il posto al giusto abbinamento, alla combinazione esperta con il cibo intesi come indice di raffinatezza ed educazione dei costumi.
Così di un passato millenario di uso e di valore non resta quasi più nulla. Il vino è perduto.

Non che non esista, beninteso, una tradizione importante che associa il consumo di vino al buon gusto e alla distinzione sociale e che fa parte della storia materiale dell’Europa. Essa è nata nella seconda metà del seicento e si è sviluppata pienamente nel secolo successivo. È però una tradizione prettamente francese per quanto riguarda la produzione e sostanzialmente inglese per quanto riguarda il consumo. Zone come la Borgogna, la Champagne e l’Alsazia che già nel Medioevo avevano fama come produttrici di vino divengono con l’incremento degli scambi e dei commerci (insieme all’area di Bordeaux) le zone di elezione del vino di pregio destinato alle corti e alle classi sociali in ascesa. Tutt’altra è però la storia del vino nel bacino del Mediterraneo e nelle aree caucasiche contigue, legate da un lato al consumo rurale e dall’altro a riti religiosi e misterici.

Per chi vuole ritrovare un’idea arcaica del vino o per chi gli è affezionato, l’Alta Calabria appenninica può essere un’opportunità residuale, un bastione di resistenza da sfruttare.
Non che non siano diffusi anche qui i vini industriali e i tentativi di adeguare il prodotto al gusto medio e all’estetiche dominanti. Quello che di esclusivo offre però questa area è il suo ritardo di sviluppo, la sua resiliente arretratezza. C’è ancora lungo la dorsale che dalla valle del fiume Neto risale verso il Pollino un’aria antica, una zona di resistenza dovuta non tanto alla volontà delle persone ma all’asprezza del territorio. La montagna, soprattutto quella appenninica, è strutturalmente antimoderna per condizione geo morfologica. Qui la natura si oppone alla tecnica e al vantaggio economico, allo scambio. Qui si resiste nell’arretratezza, i progetti di sviluppo si infrangono sulle dorsale dei monti e precipitano nelle profonde vallate che li separano. In questi luoghi quasi pasoliniani di resistenza è ancora possibile fare un’esperienza estetica, percettiva e sensoriale, dell’arcaico. Qui l’antico si sente nell’aria, negli odori , nelle penombre, nel freddo delle case, negli infissi che non fermano l’aria, nel rumore dei passi sui selciati dei paesi. L’arcaico e la memoria sono soprattutto un’esperienza dei sensi.

L’apprezzamento del vino, come ogni altra cosa che attiene al gusto, dipende molto dai contesti in cui l’esperienza percettiva avviene. L’Alta Calabria offre ancora l’ambiente sensoriale giusto, lo sfondo percettivo, per bere il vino come si è sempre fatto nelle aree povere del Mediterraneo. Il vino naturalmente non è più quello di un tempo, risente anche qui delle tecniche e delle scuole enologiche e si adegua ai gusti e agli usi comuni. Ma i contesti, almeno in parte, resistono. Non è cosa da poco perché le situazioni nelle quali ci troviamo, condizionano e orientano l’esperienza percettiva. Non esiste un giudizio estetico, fondato sui sensi, che non sia condizionato o addirittura costruito dal quadro d’insieme in cui l’esperienza avviene. La percezione è un processo ermeneutico.
Per questo quando assaporiamo il vino da Magliocco in un qualunque paese della dorsale appenninica calabrese non possiamo fare a meno di pensare a un gesto antico, radicato. Lo beviamo, ne sentiamola trama e la forza, ne avvertiamo il calore e ci disponiamo al convivio, alla conversazione, al pasto corroborante e al ricordo. In questa situazione estetica non ci importa che il vino rimandi note di piccoli frutti e si disponga in equilibrio tra sensazioni dolci, acide e amare; non ci importa se le sensazioni erbacee prevalgono su quelle fruttate. Ci interessa invece che ci apra all’incontro, allo scambio, che ci dia calore e ci inebri. Insomma vogliamo che sia vivo e ci metta a migliore agio con noi e con gli altri mentre lo beviamo e lo condividiamo. E bevendolo siamo consapevoli di fare qualcosa che da queste parti si è fatto da sempre, generazione dopo generazione, per uso e consuetudine. E quando l’ospite ci chiederà com’è questo vino che ci ha versato ed offerto per spirito di accoglienza e per dare buona mostra di sé, non potremo fare a meno di alzare il bicchiere (quello piccolo da cantina, non il calice)e ammirandone in controluce i riflessi rubini dire che è buono, anzi che “è un bel bichiere di vino”, pronunciando la frase rigorosamente con una sola c come la cadenza arbreshe così diffusa in queste aree rigorosamente richiede.

