C’è una frase che, da qualche tempo, mi capita di sentire sempre più spesso — in Calabria e non solo — e che lascia trasparire una certa soddisfazione: “Finalmente anche il vino calabrese è diventato buono.”
Una frase all’apparenza innocua, che sembra voler celebrare il fatto che oggi i vini di questa terra siano tecnicamente corretti, puliti, stabili, privi di quei difetti che un tempo ne ostacolavano la presenza sul mercato nazionale e internazionale.’
Ma proprio in questa affermazione si nasconde, secondo me, un problema culturale profondo. Che cosa significa, davvero, “buono”? E soprattutto: siamo sicuri che un vino calabrese che si presenta, si comporta e si esprime come un Amarone, un Primitivo o un Chianti sia una conquista — e non, piuttosto, una perdita? E cosa dire di quei bianchi, di quei Pecorelli che sembrano Chardonnay, e forse lo sono, e nella spinta emulativa tradiscono le origini e l’espressione sensoriale di un vitigno neutro? Siamo in Calabria o in Alto Adige, verrebbe da chiedersi, e quei sentori agrumati, quella nettezza olfattiva, quelle note tioliche spinte sono davvero un guadagno?
A ben vedere, ciò che oggi molti appassionati cercano nel vino — e questo vale sia per chi beve che per chi racconta — non è più la sola performance tecnica. Non basta che un vino sia equilibrato, pulito, coerente. Quello che si cerca, sempre più spesso, è una voce. Una storia. Un’impronta che parli di luogo, di mani, di memoria. In altre parole, ciò che rende un vino davvero interessante oggi è la sua capacità narrativa: la possibilità che ha di evocare un paesaggio, un gesto, una cultura.
Il vino ha bisogno di parole”, dice Hugh Johnson. Ma ancor di più, ha bisogno di storie. Perché ogni vino, per essere davvero compreso, dev’essere situato in una visione del mondo. Quando è che un vino diventa grande? Solo quando si inserisce in un orizzonte estetico condiviso: quando parla il linguaggio di un racconto collettivo, fatto di qualità riconosciute e desiderate. E queste qualità non riguardano solo il gusto, ma anche l’origine, il gesto, la cura con cui quel vino è nato.
Oggi, soprattutto tra i più giovani, questo racconto sta cambiando. La costellazione emergente è quella dei vini autentici, cosiddetti naturali: vini in cui si cerca meno la potenza e più l’eleganza, meno la perfezione e più la vitalità. Si guarda alla salubrità delle vigne, alla sobrietà degli interventi in cantina, al minimo di manipolazione possibile. Non è soltanto una moda: è un nuovo modo di relazionarsi al vino. Un’estetica diversa, che preferisce l’autenticità all’effetto, l’espressione alla performance.
In questo senso, l’omologazione stilistica che ha colpito molti vini calabresi recenti — spesso realizzati con tagli addomesticanti, affinamenti correttivi, legni invasivi, acidità domate — rischia di trasformarsi in un silenziamento. Non è un caso se alcuni dei vini più amati dagli appassionati di nicchia oggi non sono i più “perfetti”, ma quelli che conservano un tratto di rusticità, di imprevisto, di dissonanza.
Ed è importante soffermarsi, qui, sulla nozione stessa di difetto. Ciò che oggi chiamiamo difetto — una volatile pronunciata, una riduzione, una ruvidità tannica — non è una qualità oggettiva, universale. È il frutto di una convenzione culturale, di un atto valutativo situato nel tempo. Spesso un difetto è solo ciò che qualcuno, dotato di autorità, ha stabilito essere tale in base a canoni di gusto momentanei, ma trattati come eterni. Il difetto è un giudizio, non un fatto. E come ogni giudizio, merita di essere discusso, criticato, persino rovesciato. Perché in molti casi ciò che si chiama difetto è, in realtà, un modo altro di essere: una differenza, non una mancanza.
Questa tensione tra levigatezza tecnica e verità espressiva non riguarda solo il vino. È, in realtà, una questione culturale profonda. Viviamo in un’epoca che Byung-Chul Han ha definito “l’epoca della trasparenza”: un tempo in cui tutto deve essere controllabile, prevedibile, levigato, senza attrito. Anche il vino — come il corpo, il volto, l’identità — è sottoposto a una pressione costante verso la prestazione ottimale, l’efficienza, la bellezza algoritmica. Ma ciò che perdiamo, in questo processo, è proprio l’inatteso, l’irriducibile, l’unico. In una parola: l’anima.
Quando un vino calabrese perde la sua voce per somigliare a qualcosa d’altro, diventa un vino “buono” nel senso più povero del termine: un prodotto conforme, sicuro, esportabile… ma dimenticabile.
Il vino, invece, dovrebbe resistere a questa logica. E il vino calabrese, in particolare, può farlo. Perché nasce in una terra estrema, diversificata, difficile, meravigliosamente incoerente. Una terra che non ha mai obbedito del tutto, e che ha sempre trovato nella resistenza alla forma dominante la sua forza. Resistenza culturale, agricola, linguistica, simbolica. Perché non rivendicarla anche nel bicchiere?
La strada non è quella della regressione nostalgica. Non si tratta di difendere i difetti per amore del passato. Ma di riconoscere che ciò che un tempo veniva considerato difetto era, spesso, un carattere. Un riflesso di un ambiente, di una vinificazione povera ma autentica, di una scelta agricola non ancora condizionata dal mercato. Oggi possiamo, con gli strumenti della tecnica, preservare quella voce senza perderla. La tecnologia non deve servire a rendere i vini tutti uguali: deve servire, al contrario, a esaltarne la specificità.

Ecco allora una proposta: ricominciamo a fare vini di esperienza, non vini di progetto. Vini che nascono da una sapienza incarnata, orale, radicata — non da un protocollo astratto che vale ovunque e in ogni tempo. Vini che si fanno così “perché così li faceva mio padre, e prima ancora mio nonno”. E non perché lo prescrive una scheda tecnica da laboratorio. Un vino di esperienza è un vino che ha corpo e memoria, come un dialetto. Un vino di progetto, invece, è un vino disincarnato, senza luogo, senza storia. Ma l’universalizzazione è sempre astrazione, e l’astrazione, in agricoltura, è sempre perdita.
Serve dunque un cambio di paradigma. Dobbiamo smettere di concepire il vino come espressione di bon vivre, di status, di consumo borghese addomesticato. O, se vogliamo, dobbiamo farlo per la parte più avanzata e sensibile di quel pubblico: quella che ha imparato a dare valore alla differenza, all’alterità, al racconto che esce dal coro.
Serve anche un’altra parola: cura. Dobbiamo superare il concetto freddo e neutro di tecnica con quello caldo, amorevole, irriducibilmente umano della cura. Il vino si cura come si cura un figlio, un albero, una persona cara. Non si corregge: si accompagna. Non si domina: si ascolta. Questo è il sapere del contadino artigiano, non del tecnologo. Ed è questo il sapere che oggi può diventare, paradossalmente, il vero volto del futuro.
Per questo il futuro del vino calabrese, a mio parere, non si gioca nei laboratori né nei concorsi, ma nelle vigne storiche, nei vitigni minori, nei territori in ombra, nelle mani dei piccoli produttori che scelgono la via della irripetibilità. Vini che non sono facili, ma che si fanno ricordare. Vini che non piacciono a tutti, ma parlano a chi sa ascoltare.
È a questa comunità che dobbiamo guardare: una rete crescente di appassionati, ristoratori, sommelier e narratori che non cercano più l’eccellenza industriale, ma l’emozione di un sorso magari per qualcuno “sbagliato” ma vivo. È questo il vino che ha un futuro: quello che non rincorre il centro, ma custodisce i suoi margini.
E la Calabria — questa terra marginale per eccellenza — ha, proprio per questo, un’occasione unica: raccontarsi senza paura, senza mediazioni, senza dover chiedere il permesso a nessun modello.
Questa non è una posizione sentimentale, né il vezzo di chi vuol fare cultura in opposizione al mercato. È, al contrario, una visione strategica: la via migliore che abbiamo per promuovere il vino calabrese nei mercati di alto posizionamento. Il racconto, la storia materiale che esso porta con sé, le differenze antropologiche che lo nutrono, sono il valore aggiunto che possiamo finalmente giocarci — come dimostra, in modo esemplare, l’esperienza del vino georgiano.
Noi vogliamo essere antichi perché siamo moderni. Nessun passatismo, nessuna nostalgia. Solo consapevolezza.
Anche la promozione istituzionale dovrebbe cogliere questa direzione: meno risorse per i grandi eventi-vetrina, più spazio a iniziative originali, radicate, evocative. Meno saloni, più scrittori. Meno concorsi, più poeti, cineasti, narratori autenticamente appassionati.
Perché far parlare di sé, oggi, non significa gridare: significa raccontare. Con profondità, con voce propria, con stile.
E proprio in questa direzione si muove la proposta di un evento nuovo: una rassegna dei vini appenninici, o dei vini mediterranei di costa. Un evento che metta in dialogo la Calabria con il Libano, con l’Anatolia, con l’Andalusia, il Sud, le religioni, la ruralità preindustriale che ancora resiste. Un’estetica narrativa forte, che richiama il futuro raccontando il passato.
Non si tratta solo di identità: si tratta di visione. E visione, oggi, è ciò di cui abbiamo più bisogno.


